


STUDIO DI FATTIBILITA’ PER UN PRODOTTO AD AZIONE TOPICA A BASE DI ESTRATTI VEGETALI
Il piede diabetico, definizione
Il microcircolo ha un ruolo nella evoluzione della lesione
Il piede diabetico neuropatico
Dermopatie da riferire a danno diabetico
Le anomalie metaboliche nel diabete mellito
Stress ossidativi e complicanze
Meccanismi antiossidanti nel sistema
nervoso
Antiossidanti e malattie neurologiche
Rassegna di lavori scientifici sull’effetto antiossidante del pycnogenol Pycnogenol:
-
composizione chimica e proprietà farmacologiche -
sinergismo tra azione antinfiammatoria e antiossidante -
attività vasorilassante e microcircolo cutaneo Che cos'è il diabete mellito
torna all'indice
Il
termine diabete mellito descrive un disordine metabolico ad eziologia
multipla, caratterizzato da iperglicemia cronica con alterazioni del
metabolismo di carboidrati, grassi e proteine, risultanti da difetti
della secrezione insulinica, della azione insulinica o di entrambe. Le
conseguenze del diabete mellito comprendono i danni a lungo termine, la
disfunzione e l’insufficienza di vari organi. Il diabete mellito si può
presentare con sintomi specifici come polidipsia, poliuria,
annebbiamento della visione e perdita di peso. Nelle sue forme più
severe, possono svilupparsi la chetoacidosi e uno stato iperosmolare non
chetosico che conducono all’obnubilamento del sensorio, al coma e, in
assenza di una terapia efficace, alla morte. Spesso i sintomi non sono
marcati o possono essere assenti e, di conseguenza, l’iperglicemia può
causare modificazioni patologiche e funzionali, che possono essere
presenti molto tempo prima che venga fatta la diagnosi. Gli effetti a
lungo termine del diabete consistono nello sviluppo progressivo di
complicanze specifiche, rappresentate da retinopatia con cecità
potenziale, nefropatia che può condurre all’insufficienza renale e/o
neuropatia con il rischio di ulcerazioni ai piedi , amputazioni, piede
di Charcot e segni di disfunzione autonomica, inclusa la disfunzione
sessuale. Le persone affette da diabete hanno un rischio aumentato di
malattia vascolare, cerebrale e periferica. Diversi meccanismi
patogenetici sono coinvolti nello sviluppo del diabete. Essi
comprendono sia i processi che distruggono le cellule beta del pancreas
con conseguente deficit insulinico ed eventi che comportano una
resistenza all’azione insulinica. Le anomalie del metabolismo di
carboidrati, grassi e proteine sono dovute al difetto dell’azione
insulinica sui tessuti bersaglio, conseguenza della insensibilità o
della mancanza di insulina. Il
diabete mellito, a prescindere dalla causa sottostante, è suddiviso in:
Richiedente insulina per la sopravvivenza (che corrispondenza alla
classe clinica di “Diabete Mellito Tipo I, cioè con deficit di
C-peptide; Richiedente insulina per il controllo, cioè per il controllo
metabolico e non per la sopravvivenza, con secrezione endogena di
insulina residua ma insufficiente per raggiungere la normoglicemia senza
l’aggiunta di insulina esogena; Non richiedente insulina, cioè coloro
che possono essere controllati in modo soddisfacente con metodi non
farmacologici o con farmaci diversi dall’insulina. Nell’insieme, le
ultime due sottodivisioni corrispondono alla classe clinica di Diabete
Mellito Tipo II
Tabella I
Epidemiologia del diabete mellito La
patologia diabetica mostra una chiara tendenza, in tutti i paesi
industrializzati, ad un aumento sia dell’incidenza sia della prevalenza.
Numero di diabetici nel mondo
Asia sud-orientale - 49.0 milioni
Pacifico occidentale - 45.9 milioni
Europa - 32.2 milioni
Nord America - 21.4 milioni
Mediterraneo Orientale e Medio Oriente - 14.2
milioni
Sud e Centro America - 11.3 milioni
Africa - 2.5 milioni
Popolazione totale - 5.8 miliardi
I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO)
Tabella II
Le complicanze del diabete torna all'indice
Per gestire una qualunque forma di
diabete è importante seguire un adeguato regime alimentare, una corretta
terapia e un corretto schema di controlli per prevenirne le complicanze
croniche.
Tabella III
Il piede diabetico
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Sebbene
svariate complicanze come cardiopatie, insufficienza renale e cecità, colpiscano
seriamente, anche dal punto di vista economico, gli individui affetti da
diabete, le complicanze che interessano il piede fanno pagare il tributo
maggiore; il 40–70% di tutte le amputazioni delle estremità inferiori è
correlata al diabete mellito. In alcune zone è stata registrata una
percentuale pari addirittura al 70–90%. Negli USA vengono eseguite ogni
anno più di 50.000 amputazioni associate al diabete. Sono state prodotte
cifre equivalenti in altri paesi sviluppati e sottosviluppati. Ne consegue
deformazioni e possono non rendersi conto di ripetuti microtraumi o di lesioni
della cute del piede. La gamma di lesioni del piede varia fra le differenti
aree del mondo in
Epidemiologia del piede diabetico
• Approssimativamente
il 40–60% di tutte le amputazioni non traumatiche degli arti inferiori sono
eseguite su pazienti affetti da diabete. • L’85%
delle amputazioni delle estremità inferiori associate al diabete sono precedute
da ulcere del piede. • Quattro
ulcere su cinque nei soggetti diabetici sono determinate da traumi esterni.
• La prevalenza
di ulcere del piede varia fra il 4 e il 10% della popolazione diabetica.
Gli esiti
più infausti in relazione ai problemi del piede diabetico sono le ulcere
e le
amputazioni. Grandi differenze dei tassi di amputazione sono state documentate
in svariate nazioni e aree geografiche. Approssimativamente il 40–60% di
tutte le amputazioni
amputazioni al di sopra della caviglia tendono a sottostimare il numero
totale delle amputazioni correlate al diabete. Pertanto, quando si registrano
le amputazioni, dovrebbero essere presi in considerazione tutti i
livelli di amputazione. Anche nei paesi sviluppati sembra che le amputazioni
siano sottostimate, se non viene realizzato un sistema aggiornato
di registrazioni. Tenuti presenti questi fattori, è verosimile che l’incidenza
più comune delle amputazioni legate al diabete sia di 5–24 su 100.000 abitanti/anno,
È stata riferita un’incidenza corrispondente del 2,2–5,9%. Va riconosciuto
che la maggior parte di questi dati sono basati su studi trasversali di
popolazioni di pazienti selezionati,
composti da pazienti diabetici di età inferiore ai 50 anni. In studi focalizzati
su soggetti più giovani, affetti da diabete di tipo 1 o di tipo 2, si è
valutato che la prevalenza fosse compresa
tra l’1,7 e il 3,3%, rispetto al 5–10%, la maggioranza dei pazienti era
o di età più avanzata o affetta da diabete di tipo 2.
Quando
si discute dei fattori di rischio per il piede diabetico, è importante distinguere
tra fattori correlati alla neuropatia periferica e alla vasculopatia periferica,
fattori legati allo sviluppo di ulcere del piede e fattori legati all’amputazione.
Nella maggior parte dei casi, i fattori di rischio legati allo sviluppo
di un’ulcera del piede sono stati considerati simili a quelli concernenti
l’amputazione delle estremità inferiori. Ciò, tuttavia, non è stato
dimostrato. Inoltre, gli studi che trattano dei fattori di rischio includono
di solito pazienti diabetici di tipo 1 o giovani pazienti di tipo 2 seguiti
da centri specializzati per la cura del piede, si riferiscono a campioni
di piccole
Sono stati indicati numerosi fattori legati allo sviluppo di ulcere del
piede. Il sesso maschile è stato associato a un rischio aumentato di ulcere
ed amputazioni nella maggior parte degli studi sul diabete di tipo
2, ma questi dati non sono stati confermati. C’è accordo unanime sul fatto
che il più importante fattore di rischio
uno studio di popolazione trasversale la proporzione delle lesioni neuropatiche,
neuroischemiche e ischemiche era rispettivamente del 55%, del 34% e del
10%. Soltanto l’1% delle ulcere non era considerato legato al diabete.
inoltre, in questo studio il 47% delle ulcere era ancora sconosciuto ai
medici. La prevalenza di vasculopatia periferica nei soggetti diabetici,
definita come insieme di sintomi o segni tra cui un indice gamba/braccio
al di sotto dello 0,8–0,9 è stata stimata del 10–20% nella maggior parte
degli studi. Piede diabetico: definizione Nella definizione
riportata nel documento di consenso il piede diabetico viene definito
come “ una condizione di infezione, ulcerazione e/o distruzione di
tessuti profondi associate ad anomalie neurologiche e a vari gradi di
vasculopatia periferica degli arti inferiori (secondo criteri stabiliti
dall’OMS)”. I partecipanti al convegno hanno suggerito una definizione
diversa e cioè “ piede con alterazioni anatomo-funzionali determinate
dall’arteriopatia occlusiva periferica e/o dalla neuropatia diabetica”
volendo estendere in questo modo la definizione a tutti quei soggetti
diabetici che in assenza di ulcera sono a rischio di ulcerazione. I problemi relativi all’allargamento della definizione sono di due ordini:
il primo relativo alla definizione stessa che necessiterebbe a monte di
un’adeguata definizione di neuropatia e di vasculopatia, con paramatri clinici-strumentali, possibilmente numerici, tali da permettere una univoca definizione dei soggetti a rischio, il secondo è un problema di natura socio-economica in quanto utilizzare una definizione così ampia significa allargare tale patologia a soggetti a rischio, che, come tali, implicano degli interventi di tipo preventivo ovviamente gravati da costi economici rilevanti dato che si rivolgono ad una popolazione molto più
Il microcircolo ha un ruolo nell’evoluzione della lesione torna all'indice
Quando
si parla di microcircolo bisogna innanzitutto essere molto attenti alla
terminologia per non assimilare microcircolo a microangiopatia
diabetica.
Per quanto
riguarda il microcircolo poi esiste una ulteriore possibilità di confusione
legata alla terminologia utilizzata dai chirurghi i quali intendono come
microcircolo le arterie più piccole, mentre nella nostra terminologia nel
microcircolo si comprendono i capillari con le arteriole precapillari, le venule postcapillari e gli shunts arterovenosi. innanzitutto va sottolineato che il microcircolo nei
secondario a caduta della pressione di perfusione per la presenza di una
arteriopatia periferica, quando il flusso di sangue scende sotto una certa
pressione di perfusione (es. 20-30 mmhg), il microcircolo si vasodilata e non è più in grado di rispondere alle diverse sollecitazioni, in maniera analoga a quanto succede in
Per quanto riguarda poi le associazioni riportate tra la microangiopatia,
e cioè retinopatia , nefropatia e le manifestazioni del piede diabetico,
queste non hanno una relazione causa-effetto, ma probabilmente
sono legate ad elementi comuni che nel diabete influenzano anche il
rischio e l’evoluzione del piede diabetico quali il compenso metabolico, la durata di malattia etc.
Il Piede Diabetico
>
Piede Neuropatico torna all'indice
Il piede
non è solamente un organo deputato al movimento: è un organo complesso che
esplica la sua funzione fornendo informazioni al cervello sotto forma di
sensazioni e ricevendo da questo ordini motori. Le informazioni sensitive
ci avvertono della temperatura e delle asperità del terreno su cui camminiamo,
della pressione esercitata sul piede e delle sollecitazioni che provocano
dolore su di esso. La deambulazione è la conseguenza di ordini provenienti
dal cervello che provvede a muovere in sincronia i muscoli del piede che
si contraggono o si rilasciano, in sinergia con tutti i muscoli del corpo,
in funzione della necessità del passo o della postura. La conservazione
della temperatura, della idratazione cutanea e del trofismo avviene tramite
fibre nervose che non dipendono dalla volontà ma che lavorano autonomamente,
indipendentemente dalla coscienza. La neuropatia diabetica colpisce sia
i nervi sensitivi (neuropatia sensitiva) sia i nervi motori (neuropatia
motoria) sia i nervi vegetativi (neuropatia autonomica); il piede neuropatico
pertanto è un piede in cui la neuropatia diabetica ha modificato l’equilibrio
muscolare, la percezione degli stimoli, l’autoregolazione vegetativa, cioè
tutte e tre le componenti nervose.
Neuropatia sensitiva
La neuropatia sensitiva colpisce le fibre nervose che inviano le sensazioni
al cervello. La conseguenza più grave è la diminuzione della soglia del
dolore che può assumere differenti livelli di gravità; alcuni pazienti hanno
infatti piedi poco sensibili altri perdono a tal punto la sensibilità da
poter sopportare un intervento chirurgico senza anestesia. La mancanza di
stimoli dolorifici, che a prima vista può sembrare un vantaggio, si rivela
in realtà una sciagura perchè il dolore è un sintomo che ci avverte che
qualcosa ci sta danneggiando. Ad esempio, è il dolore che ci avverte che
una scarpa è troppo stretta spingendoci a toglierla; se manca il dolore
continueremo a calzarla per tutta la giornata e, quando la toglieremo, ci
accorgeremo tardivamente della lesione ulcerativa che si è formata. Questo
esempio non è riportato casualmente: nella letteratura medica si riscontra
che oltre il 30% delle ulcere del piede nei diabetici sono causate da scarpe
inadatte. Ugualmente, è il dolore che ci avverte se abbiamo i piedi troppo
vicini al fuoco del camino o se la sabbia su cui camminiamo è piena di cocci
di vetro o conchiglie che ci feriscono. La neuropatia sensitiva è quindi
una patologia che consente ad un trauma di perdurare nel tempo tanto da
determinare una lesione senza la percezione di alcun segnale premonitore.
Oggi esistono metodi diagnostici semplici, poco costosi, innocui e rapidamente
applicabili che possono rivelare precocemente la presenza di una neuropatia
sensitiva Un metodo è la valutazione della sensibilità pressoria col monofilamento
di Semmes-Weinstein (5.07 -
10 g). Questo semplice strumento, che sta comodamente nel taschino del camice,
è costituito da un filo di nylon libero ad un’estremità e ancorato ad un
"bastoncino" rigido all’estremità opposta. Questo filamento viene appoggiato
su alcuni punti del piede, a livello della pianta e del dorso, e premuto
sino a determinarne la flessione (piegamento). Il filamento comunemente
usato si piega quando viene applicata una pressione superiore a 10 grammi;
una riduzione o addirittura la scomparsa della capacità di riconoscere la
pressione del monofilamento su tutti i punti del piede testati ci dice che
il paziente ha una compromissione sensitiva pressoria. Il diapason e il
biotesiometro, strumenti anch’essi di basso costo, di facile utilizzo e
di poco ingombro, trasmettono sul piede una vibrazione di intensità variabile.
Se il soggetto non avverte la vibrazione o la avverte solo a una soglia
elevata (superiore a 25 V) significa che ha un deficit della sensibilità
vibratoria. Se manca la sensibilità tattile e vibratoria possiamo essere
certi che il soggetto che stiamo visitando ha un alto rischio di ulcerazione
del piede e come tale deve essere attentamente seguito nel tempo.
Neuropatia motoria
La neuropatia motoria colpisce le fibre nervose che innervano i muscoli
del piede. Queste fibre nervose sono deputate a dirigere i comandi del cervello
ai muscoli, determinandone quindi i movimenti. Quando un nervo che va ad
un muscolo subisce un danno, il muscolo stesso soffrirà reagendo con una
involuzione: questa si esprimerà in termini di ipotrofia e atrofia. L’atrofia
di un muscolo o un gruppo di muscoli porterà ad uno squilibrio tra muscoli
o gruppi di muscoli. Tipicamente nel diabetico con neuropatia motoria si
crea uno squilibrio tra muscoli estensori e flessori e un conseguente sbilanciamento
tra le varie strutture tendinee che squilibreranno a loro volta le relative
articolazioni. In parole più semplici, quando un muscolo si "retrae" perché
si atrofizza, il tendine di quel muscolo trascinerà indietro l’articolazione
sulla quale è inserito. Il risultato finale sarà la griffe delle dita (queste
si atteggeranno in modo tale da ricordare gli artigli animali), la prominenza
delle teste metatarsali o l’accentuarsi del cavismo del piede, etc. . Queste
deformità possono coesistere nello stesso piede e, in taluni casi aggravare
deformità già presenti (es. l’alluce valgo che peggiora il proprio grado
di valgismo). Tutto questo porta a una deformazione del piede e ad una modificazione
dell’appoggio plantare con una conseguente alterazione della superficie
d’appoggio che si ridurrà a punti particolari (es. teste metatarsali, tallone).
Tale sconvolgimento dell’appoggio del piede detemina un ipercarico (punto
di maggior appoggio, quindi di maggiore pressione) in alcune aree e un carico
minore in altre. L’organismo nel tentativo di difendersi da questo eccesso
di carico irrobustisce il foglietto più superficiale della pelle, lo strato
corneo, nelle zone in cui si sviluppa una maggiore pressione: è questo il
quadro tipico delle callosità della pianta del piede, definita con il termine
medico di "ipercheratosi" . L’ipercheratosi è un tentativo estremo del piede
di difendersi dall’eccesso di carico, ma è una difesa labile nel tempo:
se non si provvede a ridurre l’iperpressione in quel punto, a lungo andare
si formerà un ematoma da schiacciamento e, perdurando l’ipercarico, inevitabilmente
si produrrà un’ulcera . L’ipercheratosi è visibile all’ispezione del piede,
ma un picco di iperpressione in punti specifici del piede, anche in assenza
di ipercheratosi, è diagnosticabile con apposite carte podobarografiche
o pedane podobarometriche che danno un’immagine visibile e/o numerica delle
pressioni plantari . La neuropatia autonomica L’influenza
della
neuropatia
autonomica
è molto meno conosciuta e, probabilmente, meno rilevante rispetto al devastante
impatto della neuropatia sensitiva e motoria. La conseguenza più immediatamente
visibile della neuropatia autonomica è la
secchezza (anidrosi) del piede
dovuta al mal funzionamento delle fibre nervose che regolano l’attività
delle ghiandole secretorie della
cute
. La secchezza
può provocare fissurazioni (taglietti) della cute, soprattutto al tallone,
che sono una facile porta di ingresso per i germi, anche a causa del diverso
PH (grado di acidità della pelle) che si viene a creare per l’anidrosi.
Un altro aspetto
clinico
facilmente
visibile in un piede neuropatico e imputato alla neuropatia autonomica è
l’edema
della gamba e del piede; questo aspetto sembra essere legato ad una alterazione
nella regolazione del microcircolo. Fisiologicamente il sistema autonomico
simpatico determina una vasocostrizione a livello delle arteriole e controlla
il flusso sanguigno cutaneo attraverso le
anastomosi
(vasi di
collegamento) artero-venose. La neuropatia autonomica comporta una perdita
del tono simpatico con relativa alterazione del flusso circolatorio in questo
distretto. Aumenta infatti l’afflusso di
sangue
cutaneo
che si evidenzia clinicamente con un aumento della temperatura; aumenta
altresì la permeabilità
capillare
per l’aumento
della pressione idrostatica nel microcircolo: questo è il meccanismo attraverso
il quale si origina l’edema degli arti inferiori. Sembrerebbe infine che
la neuropatia autonomica sia causa delle
calcificazioni
della parete arteriosa nella tunica media (la cosiddetta
sclerosi di Monckeberg);
questo aspetto è da tenere presente in particolar modo quando si va alla
ricerca di una concomitante
arteriopatia
degli arti
inferiori. La rigidità del vaso arterioso, infatti, determina una incomprimibilità
dello stesso che, nello
screening
per arteriopatia,
può falsare i dati rilevati con la misurazione dell’ABI (Ankle Brachial
Index) con il Doppler e indurre di conseguenza l’operatore a ritenere neuropatico
un piede che in realtà è neuroischemico (per l’approfondimento di questo
argomento vedi il capitolo relativo al piede ischemico Le funzioni della pelle torna all'indice
Protezione
(verso sostanze esterne dannose/trattiene sostanze necessarie) Secrezione
(sebo e sudore) Assorbimento(sfruttata in terapia e cosmetologia per trasferire
molecole al sangue) Difesa Immunitaria (antibatterica) Terminale periferico
del SNC (sensibilità, stimoli termici, dolorifici, pressori, ecc.) Produzione
(Vitamina D) La pelle ( o cute ) è formata da tre strati sovrapposti: l'epidermide
( il più esterno ), il derma ( subito sotto ), l'ipoderma ( cuscinetto di
grasso posto fra il derma e gli organi sottostanti ).
L'Epidermide Ha uno spessore variabile, da 0,5 millimetri sulle palpebre a 4-6 millimetri
sulla pianta del piede. Le cellule vitali sono i cheratinociti, così chiamati
perché produttori di cheratina, la proteina che protegge la pelle e la rende
impermeabile. I melanociti producono la melanina e ve ne sono in proporzione
5-10 per ogni cheratinocita; altre cellule dell'epidermide sono le cellule
di Langerhans, prima linea delle difese immunitarie e le cellule di Merkel,
sempre associate ad una fibra nervosa perché implicate nella funzione sensoria
della pelle: si trovano soprattutto nei polpastrelli delle dita, nella mucosa
delle labbra, nei follicoli piliferi.
Il Derma Anche il derma ha uno spessore variabile che tende a decrescere con l'età;
le fibre del derma sono prodotte dai fibroblasti. La funzione delle fibre
elastiche è di dare elasticità alla pelle, mentre le fibre collagene sono
deputate alla funzione di sostegno della struttura cutanea.
L'Ipoderma
E' formato da cellule adipose e contiene piccole vene ed arterie che servono
al nutrimento di queste cellule. Negli uomini si sviluppa maggiormente a
livello del tronco e dell'addome; nelle donne a livello delle cosce, dei
fianchi e dei glutei.
La Vascolarizzazione
Derma ed ipoderma sono molto vascolarizzati; solo una parte del sistema
vascolare della pelle serve per il nutrimento della pelle stessa: la funzione
principale è quella della termoregolazione del corpo ( assicurare la temperatura
corretta ). L'Innervazione
La pelle è molto innervata ed ha una trama molto fitta di terminazioni nervose
sensitive che registrano gli impulsi esterni e li trasmettono
al cervello. Non sono ancora ben note
le caratteristiche della
cute
del paziente diabetico; è indubbio
però che le alterazioni del metabolismo
del glucosio così come sono
in grado di modificare altri organi ed apparati, possano determinare alterazioni
cutanee coinvolgenti la struttura anatomica e la funzionalità cutanea modificando
anche fenomeni biochimici profondi e complessi. Sappiamo che il glucosio
cutaneo totale (pari a circa il 77% della glicemia
) può superare la glicemia stessa
nei pazienti iperglicemici, così come la glicosilazione del collagene
, che aumenta nel diabetico
anche a cute apparentemente sana, riduce la solubilità di questa proteina
fondamentale per un corretto
comportamento del derma
. Siamo al corrente dell'esistenza
di una microangiopatia del circolo superficiale cutaneo la cui importanza,
non ancora ben definita, è sicuramente rilevante. Il corretto trofismo
della cute è ridotto in un’alta
percentuale dei pazienti diabetici. In essi si riscontra una pelle secca,
assottigliata, desquamante e poco elastica, soprattutto ai lati del tronco,
agli avambracci alle gambe ed ai piedi.
Oltre a
ciò è da segnalare come, anche per quanto riguarda la pelle, i meccanismi
di difesa dalle infezioni siano ridotti. Da queste considerazioni risulta
evidente come molteplici possono essere le alterazioni cutanee dovute al
diabete
o da esso
favorite. A parte il piede diabetico, in cui le lesioni cutanee sono da
rapportare alle modificazioni indotte dalla
Neuropatia
, con conseguente
Osteoartropatia, e alle alterazioni circolatorie indotte dalla
vasculopatia
, e di cui
si può dire che la cute fa le spese di una situazione estremamente complessa
che coinvolge tutto l'arto. Le Dermopatie da riferire a danno diabetico sono:
torna all'indice
•
Sindrome della gamba
macchiata:
si presenta con chiazze in cui sono presenti diverse alterazioni della
pelle più o meno contemporaneamente; vi si notano piccoli tubercoli
rilevati (papule) non pruriginosi che si appiattiscono evolvendo in
croste o squame che cicatrizzano lasciando macchie brune. Queste manifestazioni
interessano soprattutto la parte anteriore della gamba. La causa andrebbe
ricercata essenzialmente nella micro angiopatia. Spesso tende a stabilizzarsi
o a regredire spontaneamente.
LE ANOMALIE METABOLICHE NEL DIABETE MELLITO torna all'indice
Probabilmente,
il più importante fattore metabolico alla base delle alterazioni vascolari
è l’iperglicemia. L’iperglicemia cronica favorisce l’insorgenza e la progressione
dellamicroangiopatia diabetica tramite diversi meccanismi fisiopatologici:
Stress ossidativi e complicanze torna all'indice
Va sottolineato
come le recenti scoperte abbiano fornito una solida base scientifica all’ipotesi
che nella patogenesi delle complicanze giochi un ruolo chiave lo stress
ossidativo. Lo stress ossidativo definisce una situazione di sbilanciamento
tra la produzione di radicali liberi e le difese antiossidanti dell’organismo.
Tale squilibrio favorisce l’azione dei radicali liberi dell’ossigeno, specie
altamente reattive in grado di danneggiare le membrane cellulari e di avviare
gravi processi degenerativi a livello dei tessuti. È oggi dimostrato che
lo stress ossidativo svolge un ruolo centrale nella patogenesi delle complicanze,
poiché la produzione e il rilascio di radicali liberi sono in grado di spiegare
tutte le diverse ipotesi finora proposte sulla patogenesi. Nel DM, il glucosio
e le sue vie metaboliche rappresentano la fonte principale di radicali liberi.
Sul piano biochimico, il glucosio può originare radicali liberi tramite
almeno 3 differenti meccanismi: Questi
meccanismo possono, a loro volta, incrementare la sintesi e il contenuto
intracellulare di DGA, un attivatore fisiologico della PKC.
Anche
lo stress ossidativo è per di sé in grado di attivare direttamente la PKC.
Esiste pertanto una correlazione tra i vari meccanismi individuati nella
patogenesi delle complicanze, che porta all’attivazione della PKCβ,
l’isoforma predominante che viene attivata nei tessuti vascolari in corso
di iperglicemia. .
Lo stress
ossidativo, alla base dell’attivazione della PKC e della sovra-espressione
del VEGF, svolge un ruolo cruciale nell’induzione e nella progressione delle
complicanze diabetiche.
L'azione antiossidante a doppio
meccanismo d'azione Quando
le difese antiossidanti cellulari non sono in grado di contrastare l'azione
delle specie radicaliche dell'ossigeno (ROS) si instaura nelle cellule un
processo noto come stress ossidativo, in seguito al quale le piu' importanti
classi molecolari ,acidi nucleici, proteine e lipidi vengono danneggiate,
con compromissione della funzionalita' e della vitalita' delle cellule stesse.
A livello cutaneo i ROS originano anche processi degenerativi.
Un
breve cenno sulle proteinchinasi
C
Le
PKC (proteinchinasi C) sono enzimi appartenenti alla famiglia delle
proteinchinasi, in grado di fosforilare (cioè inserire in un gruppo
fosfato) alcuni aminoacidi presenti nella struttura delle proteine,
in particolare serine e tiroxine. Tali enzimi sono coinvolti nelle funzioni
di segnale e nell’attivazione di una varietà di fattori di crescita,
tra cui il fattore di crescita dell’endotelio vascolare (VEGF), ormoni,
neurotrasmettitori e citochine. La possibilita' di rafforzare
le difese antiossidanti endogene, con un apporto esterno di antiossidanti
per via alimentare, sistemica o topica rappresenta un'importante strategia
preventiva e terapeutica. Un antiossidante puo' agire prevenendo la formazione
dei ROS, chelando gli ioni ferro e rame che ne catalizzano la formazione
o bloccandone l'azione con una reazione di terminazione che trasforma il
radicale in una specie stabile, in questo caso si parla anche di "radical
scavenger".
MECCANISMI ANTIOSSIDANTI NEL
SISTEMA NERVOSO torna all'indice
Dalla
neurogenesi alla modulazione delle attività nervose, molti processi chiave
nello sviluppo e nella fisiologia neuronale richiedono l’intervento della
glia anche se tradizionalmente l’attività elettrica cerebrale è sempre stata
associata all’attività dei neuroni e le cellule gliali sono state considerate
elementi non eccitabili con la funzione di costituire un isolante tra i
neuroni stessi e fornire loro sostegno meccanico e trofico. Recentemente,
questo tipo di visione è stata modificata e, fra i vari tipi di cellule
gliali, gli astrociti sono quelli che hanno messo in crisi il dogma secondo
il quale “l’attività elettrica del cervello corrisponde all’attività dei
neuroni e gli astrociti vengono considerati come “ un secondo cervello”,
ossia come elementi fondamentali nella trasmissione dell’impulso nervoso.
Gli astrociti sono le cellule più numerose presenti nel Sistema Nervoso
caratterizzate da una morfologia stellata che entra in contatto da un lato
con i vasi sanguigni e dall’altro con in neuroni. Tali cellule circondano
le sinapsi e modulano direttamente la trasmissione degli impulsi nervosi
regolandone l’ampiezza e l’efficacia, rilasciando ed eliminando nello spazio
extra-cellulare neurotrasmettitori . in questo modo influenzano l’attività
dei neuroni circostanti ma, a differenza di questi ultimi, sono dotati di
una forma di “eccitabilità” non basata sull’insorgere di un potenziale d’azione,
ma su variazioni della concentrazione cellulare degli ioni calcio. Gli astrociti
possiedono molti recettori di membrana specifici per i neurotrasmettitori
e rispondono ad essi modulando il loro metabolismo energetico. Tra i neutrasmettitori
molto importante il glutammato. Quest’ultimo nelle sinapsi eccitatorie modula
l’eccitazione del neurone post-sinaptico, stimola l’entrata del glucosio
negli astrociti. È stato recentemente dimostrato (Bezzi et al, 2004) che
gli astrociti rilasciano il glutammato mediante un meccanismo simile a quello
che si osserva nei terminali sinaptici neuronali e sonjo state rilevate
anche differenze fra le sinapsi glutammatergiche neuronali e quelle che
si instaurano tra gli astrociti. L’assorbimento
del glucosio e la sua elaborazione avvengono tramite una serie di eventi
“a cascata”. Il primo stadio è costituito dalla liberazione di glutammato
a seguito dell’impulso nervoso.. Una volta che il glutammato è penetrato
dentro le cellule neuronali, viene trasformato in glutammina grazie all’attività
della glutammina-sintetasi, enzima tipico ed esclusivo di queste cellule.
La glutammina rientra quindi nei neuroni che, con una serie di reazioni
inverse a quelle descritte, riformano le vescicole sinaptiche di glutammato.
L’iperstimolazione dei recettori per il glutammato stimola l’attività di
lipasi e di fosfolipasi e causa cambiamenti nella composizione, nella permeabilità
e nella fluidità della membrana fosfolipidica neuronale provocando la formazione
di specie radicaliche. Un difetto nel metabolismo energetico causato dall’azione
di radicali liberi può portare a depolarizzazione neuronale, rilascio di
glutammato, attivazione di recettori eccitatori, accumulo intracellulare
di ioni calcio e conseguente degenerazione neuronale.
L’eccessiva
presenza di radicali liberi, prodotti all’interno delle cellule, è in grado
di creare danni a tutti i costituenti ed è responsabile dello stress ossidativo
che si verifica solo quando c’è uno squilibrio dovuto ad eccesso di ossidanti.
I radicali liberi sono atomi o molecole che hanno uno o più elettroni spaiati
nell’orbita esterna, e che si formano naturalmente all’interno delle cellule
sia durante i normali processi metabolici, sia in seguito a stimoli esterni
( radiazioni ionizzanti, elevata tensione di ossigeno, sostanze chimiche
di varia natura). Poiché gli elettroni per loro natura tendono a legarsi
per neutralizzare la loro carica negativa, si crea una situazione di grande
instabilità che li porta a cercare un equilibrio appropriandosi dell’elettrone
delle altre molecole con le quali vengono a contatto, innescando un meccanismo
di instabilità “a catena” in grado di automantenersi ed amplificarsi, finchè
il radicale libero non trova un’altra molecola a cui attaccarsi tornando
così a una situazione di stabilità (processo di arresto della reazione a
catena). Questa serie di reazioni può durare da frazioni di secondo ad alcune
ore e può essere ridimensionata o arrestata dalla presenza dei vari agenti
antiossidanti.
I processi
quantitativamente più importanti nell’innesco e nel mantenimento di queste
reazioni sono la riduzione monovalente dell’ossigeno dalla quale si generano
l’anione superossido (O2
-
), il perossido
di idrogeno (H2O2
) il radicale
idrossilico (OH) e l’ossigeno singoletto (
1O2
) e la
perossidazione
lipidica. Fra queste specie , i principali responsabili di danni alle cellule
aerobie sono il radicale idrossilico e l’ossigeno singoletto. Altri ossidanti
sono il mossido (NO) ed il biossido di azoto (NO2),
che sono fra i maggiori inquinanti atmosferici presenti nello smog fotochimico.
In un organismo sano la presenza dei radicali liberi è controllata, e il
loro eccesso viene smaltito. Quando i radicali liberi sono presenti in quantità
minima aiutano il sistema immunitario nell’eliminazione dei germi e nella
difesa dai batteri, controllano il tono della muscolatura liscia che regola
il funzionamento degli organi interni, dei vasi sanguigni e dei globuli
rossi. Viceversa, se ne vengono prodotti troppi o il corpo umano non riesce
più a controllarli, possono diventare molto pericolosi.. Questo accade però
quando le condizioni fisiologiche si alterano improvvisamente o in presenza
di patologie croniche (diabete mellito),; in questi casi la mancanza di
ossigeno e di sangue manda in “tilt” i sistemi di monitoraggio ed i radicali
liberi si accumulano , dove cominciano a danneggiare irreversibilmente i
neuroni.. I mitocondri
rappresentano una cospicua fonte di radicali liberi dell’ossigeno, che vengono
prodotti a livello dei complessi NADH deidrogenasi e dell’ubichinone-citocromo
b della catena di trasporto degli elettroni mitocondriali. I mitocondri
sono peraltro particolarmente vulnerabili al danno indotto dalle forme parzialmente
ridotte dell’ossigeno, in quanto il DNA mitocondriale, a differenza di quello
nucleare, non risulta protetto da proteine istoniche e non istoniche e non
è ancora stato identificato un meccanismo che provvede alla riparazione
dei danni causati alle eliche di DNA. . Diversi
studi hanno dimostrato che esiste una correlazione tra aumento dei radicali
liberi ed un aumento dei danni a carico del DNA mitocondriale e che queste
modificazioni sono associate ad un rischio di patologie neurodegenerative
Sono
stati condotti diversi studi sul ruolo svolto dai radicali liberi in un
modello in vitro di Malattia di Alzheimer ed è stato dimostrato che la proteina β-
amiloide causa la morte dei neuroni attraverso un’esaltata attività dei
radicali liberi. I radicali liberi possono giocare un ruolo importante sia
nel danno emorragico, che nel determinare la rottura degli aneurismi cerebrali.
È stato osservato che una ridotta capacità antiossidante sistemica incrementa
il rischio di emorragia cerebrale. Studi condotti sugli eventi mediati dai
radicali liberi nel trauma cranico hanno evidenziato che in questo evento
traumatico, oltre al danno meccanico, si verifica un versamento di sangue
intraparenchimale o subaracnoideo che innesca molte delle reazioni distruttive
dei radicali liberi. Negli eventi acuti si realizza un incremento nella
produzione di altre specie radicaliche molto aggressive che provoca morte
delle cellule neuronali. Fra i vari fattori di rischio è stata osservata
una riduzione delle vitamine antiossidanti nel sangue, che può essere importante
per la rottura dell’aneurisma. Uno studio effettuato su 30 casi selezionati
di traumi cranici ha evidenziato che nelle prime 20 ore dall’evento traumatico
il cervello subisce uno stress ossidativo mediato dai radicali liberi ed
ha individuato l’esistenza di una finestra terapeutica entro la quale un
trattamento farmacologico antiossidante può avere la massima efficacia.
I radicali
liberi sono, quindi, mine vaganti, che possono causare danni molecolari
all’interno di ogni cellula, attaccando, infiltrando e danneggiando le strutture
cellulari cellulari vitali. I danni di queste autoaggressioni devono essere
prontamente riparati, altrimenti possono compromettere la struttra della
cellula stessa ed il suo funzionamento. La cellula
possiede dei meccanismi naturali in grado di fronteggiare i radicali liberi
contrastandone l’effetto e rallentando i processi di alterazione ed invecchiamento
della cellula. Le linee di difesa sono essenzialmente due:
Gli antiossidanti
non sono una categoria di sostanze omogenee: ne fanno parte vitamine, minerali,
aminoacidi essenziali. Tutte queste sostanze sono dotate di una fondamentale
capacità: riescono a contrastare efficacemente l’azione dei radicali liberi.
Gli antiossidanti possono agire singolarmente o interagire, proteggendosi
a vicenda nel momento in cui vengono ossidati. È da tener presente che ciascun
antiossidante ha un campo di azione limitato ad uno o due specifici radicali
liberi, ed oltre una certa soglia è necessario un apporto esterno di antiossidanti.
È stata stabilita una misura del potere antiossidante dei vegetali ed è
stata definita una unità di misura chiamata ORAC (Oxygen Radical Absorbance
Capacity), secondo la quale ogni individuo dovrebbe introdurre con la dieta
una quantità di antiossidanti pari a 5000 unità al giorno. I principali
sono: vitamina C, vitamina E, beta-caroteni (provitamina A), polifenoli,
bioflavonoidi, selenio, rame, zinco, glutatione, coenzima Q10
, melatonina,
ceruloplasmina. Pigmenti vegetali: polifenoli,
bioflavonoidi Vitamine: vitamina C,
vitamina E, beta-caroteni
Micronutrienti ed enzimi: selenio,
rame, zinco, glutatione, coenzima Q10
, melatonina, acido
urico
ANTIOSSIDANTI E MALATTIE NEUROLOGICHE torna all'indice
1. Biosintesi ed effetti
dei radicali liberi dell’ossigeno La catena
respiratoria è un complesso organizzato di “trasportatori” di elettroni,
localizzato nel letto fosfolipidico della membrana interna mitocondrialee
deputato al trasferimento sequenziale degli elettroni dai substrati all’ossigeno.
L’energia liberatasi durante il flusso di elettroni muove il trasporto di
protoni transmembrana creando un potenziale elettrochimico utilizzato per
la sintesi di ATP. Durante la fosforilazione ossidativi, il processo mitocondriale
in cui l’ossidazione di substrati della catena respiratoria si accoppia
alla fosforilazione dell’ADP in ATP, l’energia chimica potenziale dei substrati
ossidabili viene commutata in nergia di legame fosforico ( ~ P) e conservata
nel legame dell’ATP. L’ossigeno assunto dall’ambiente esterno tramite la
respirazione è l’accettore finale degli elettroni sottratti alle molecole.
Nel processo mitocondriale l’O2
acquisisce
gli elettroni uno alla volta ( riduzione univalente): si verifica dunque
la comparsa temporanea di intermedi caratterizzati da un numero dispari
di elettroni nell’orbitale più esterno (elettrone spaiato o singoletto).
Questa specie molecolare è un radicale libero e come tale ha un’altissima
reattività, tenendo a sottrarre alle molecole con cui viene a contatto l’elettrone
di cui necessita per ripristinare la normale situazione dell’orbitale esterno
a numero pari di elettroni. Altri meccanismi intracellulari, quali l’ossidazione
della xantina ad acido urico catalizzata dalla xantina-ossidasi, l’ossidazione
dell’acido arachidonico da parte di lipo- e ciclo-ossigenasi e l’autossidazione
ferro-dipendente delle catecolamine riducono l’ossigeno con formazione di
specie radicaliche. Unja nuova serie di processi radicatici propagativi
può poi essere innescata qualora nella cellula sia sufficientemente elevata
la concentrazione di ioni metallici (Fe, Cu, Al) in forma libera. I radicali
liberi dell’ossigeno possono ossidare componenti cellulari vitali di origine
lipidica, proteica e desossiribonucleotidica conducendo alla morte cellulare
per apoptosi. Tra i meccanismi cellulari, enzimatici e non, di difesa antiossidante
primari si annoverano:
a. gli anzimi
che bloccano i precursori dei radicali (superossido dismutasi, glutatione
per ossidasi, catalasi)
b. le molecole
chelanti i metalli (transferrina, lattoferrina, ferritina)
c. le molecole
in grado di legare l’O2
singoletto
(β-carotene,
retinoidi)
d. gli inibitori
della xantina ossidasi.
Tra i
secondari si ricordano molecole idrosolubili quali la vitamina C ed il glutatione
che operano nel plasma e nel citosol, e molecole liposolubili come vitamine
E, bilirubina ed estrogeni che esercitano la loro azione nel core idrofobico
delle membrane cellulari. 2. Stress ossidativo, eccitotossicità
ed apoptosi Le disfunzioni
mitocondriali associate alla perdita dell’omeostasi del Ca
++
intracellulare
e l’incremento dello stress ossidativi sono state da tempo messe in relazione
con il danno cellulare eccitotossico, processo derivante dall’iperstimolazione
del recettore glutammatergico. La stimolazione dei recettori ionotropi del
glutammato, in particolare l’NDMA (N- methyl-D-aspartate) e l’AMPA (α-amino-3-hydroxy-5-methyl-4-isoxazolepropionate)
è implicata nei processi di morte neuronale e l’incremento di calcio intracellulare
è in grado di incrementare attività enzimatiche (fosfolipasi A2, ossido
nitrico sintetasi, xantina deidrogenasi) a loro volta responsabili dell’incrementata
produzione di ROS (reactive oxygen species) e di condurre all’apoptosi.
Due principali vie apoptotiche (“death receptor pathway” e “mitochondrial
patway”) sono state identificate. Nella prima il tumor necrosis factor (TNF),
o Fas c-ligand interagisce con i death receptors del plasmalemma determinando
l’attivazione della caspasi-8. la capsasi-8 attiva può, a sua volta, attivare
direttamente le caspasi-3 e -7 (effector caspases) e determinare il clivaggio
di Bid, membro della famiglia proteica Bcl-2 (B-cell-leukemia/linfoma);
Bid olivato all’estremità C-terminale (t-Bid, truncated Bid) trasloca nel
mitocondrio ed induce il rilascio del citocromo-C creando una connessione
tra le due vie apoptotiche. La via apoptotica mitocondriale può essere attivata
da vari stimoli cpaci di indurre il rilascio del citocromo C che una volta
giunto a livello ialoplasmatico fa inizio alla formazione dell’aptosoma
assieme all’Apaf-1 (apoptotic protease activating factor-1). Il complesso
è in grado di attivare la caspasi-9, a sua volta responsabile dell’attivazione
delle caspasi -3, -6 e -7. La caspasi -3 induce il clivaggio del DNA Ffragmentation
Factor (DFF45) a Dff40 dotato di attività di nucleari e responsabile della
frammentazione del DNA che caratterizza il fenomeno apoptotico. È forte
il legame tra ROS ed apoptosi; l’anione superossido, generato costantemente
durante i processi di respirazione mitocondriale, è stato associato all’eccitotossicità
da attivazione dell’NDMA, determinando il depauperamento delle riserve energetiche
cellulari, l’inibizione dell’aconitasi e prendendo parte al rilascio del
citocromo C, a sua volta responsabile di aumentata produzione del radicale
libero stesso. 3. Disfunzioni mitocondriali
e ROS nella patogenesi dei disordini neurodegenerativi Il sistema
nervoso centrale mostra bassi livelli nell’attività enzimatica di catalasi,
superossido-dismutasi e glutatione per ossidasi ed anche in virtù dell’elevato
consumo di ossigeno che caratterizza il metabolismo cerebrale e della ricchezza
in acidi grassi per ossidabili risulta essere particolarmente suscettibile
al danno mediato dai ROS. Inoltre l’elevato contenuto in Fe riscontrabile
in alcune regioni del SNC è capace di catalizzare , attraverso la reazione
di Fenton, l’ulteriore generazione di radicali reattivi. Disfunzioni mitocondriali
e morte cellulare ROS-indotta sono ipotizzate quali causa o concausa nello
sviluppo e progressione di importanti disordini neurodegenerativi.
A sostegno di quanto finora
affermato,e’ utile una rassegna dei lavori scientifici piu’rappresentativi
dell’effetto antiossidante del pycnogenol
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I ricercatori dell’Universita’
di Messina
hanno studiato l’alterata angiogenesi nei difetti della cicatrizzazione
correlati al diabete mellito e ad altre condizioni patologiche come base
razionale per l'individuazione di trattamenti farmacologici causali e innovativi.
E’ stato suggerito che la carente e difettosa riparazione delle ferite osservata
nei pazienti diabetici potrebbe essere la conseguenza di una ridotta angiogenesi
nell'ambito del processo di riparazione cutanea, causata da un difetto nella
regolazione e nella produzione di VEGF e Angiopoietina-1. Inoltre è stato
suggerito che applicazioni topiche di eritropoietina potrebbero aumentare
la sopravvivenza dei lembi cutanei ischemici con un effetto angiogenico
Nella prima
fase del programma topi geneticamente diabetici, con lesioni cutanee sperimentalmente
indotte, verranno trattati con alcuni fattori che stimolano l’angiogenesi
e cioè l’eritropoietina ricombinante umana (rHuEPO), il VEGF165 o l’ Angiopoietina-1,
somministrati come trattamento topico costituito da ciascuna delle proteine
mature, o alternativamente come geni codificanti per i fattori di crescita,
inseriti in situ nelle cellule coinvolte.
Nella seconda
fase hanno studiato l’efficacia di un regime terapeutico con rHuEPO (2000
UI per via sottocutanea,iniettato nel lembo della ferita in un volume di
2 ml tre volte la settimana per 15 settimane) o con la supplementazione
per via sistemica con alte dosi di vitamina A (25000 UI di retinolo palmitato)
e vitamina E (230 mg di alfa-tocoferolo nicotinato) sulla riparazione cutanea
e l’angiogenesi di pazienti diabetici con ulcerazioni delle estremità distali
degli arti inferiori.
Questi esperimenti
dovrebbero chiarire se l’incremento dell’angiogenesi può rappresentare una
valida strategia per il trattamento del piede diabetico neuropatico
Base di
partenza scientifica si fonda sul presupposto che la ridotta capacità di
cicatrizzazione nei diabetici è il risultato di molteplici fattori quali
elevati livelli di glucosio nel sangue, riduzione dell' immunità cellulo-mediata,
ischemia locale e generazione di radicali liberi. L'inadeguata ossigenazione,
come è stato visto nell'ischemia loco-regionale , causa la produzione di
metaboliti estremamente reattivi (denominati radicali liberi dell'ossigeno)
che alterano il normale processo di cicatrizzazione danneggiando i cheratinociti,
le cellule endoteliali, la permeabilità capillare e il metabolismo del collagene.
La cute ischemica presenta condizioni favorevoli per la formazione dei radicali
liberi dell'ossigeno da parte dei leucociti, che sono attivati durante l'ischemia.
Il rilascio di radicali dell'ossigeno da parte dei leucociti infiltratisi
ed attivati causa un danno aggiuntivo poiché più leucociti sono attratti,
più il processo viene amplificato. In normali condizioni la generazione
dei radicali liberi è controbilanciata dalla presenza di adeguate difese
antiossidanti endogene , ma quando la produzione di radicali liberi supera
la capacità delle difese endogene, tali metaboliti altamente reattivi possono
produrre cambiamenti strutturali, portando ad un danno cellulare reversibile
o irreversibile. I radicali dell'ossigeno causano danno tissutale tramite
perossidazione lipidica delle membrane e degli organuli cellulari, distruzione
della matrice intracellulare e alterazione di importanti processi enzimatici.
Inoltre, questi agenti non solo danneggiano i lipidi ma producono come intermedi
secondari anche gli idroperossidi lipidici, che possono condurre ad una
reazione a catena della perossidazione lipidica. Il fattore di crescita
vascolare endoteliale (VEGF ) è una delle più potenti citochine angiogeniche
conosciute e promuove tutte le tappe nel processo a cascata dell'angiogenesi
. In particolare esso induce degenerazione della matrice extracellulare
dei vasi esistenti da parte delle proteasi e causa migrazione e proliferazione
delle cellule endoteliali capillari. Vi sono evidenze sperimentali dell'espressione
del VEGF e dei suoi recettori durante la cicatrizzazione . Sono stati rilevati
alti livelli di mRNA per il VEGF nei margini della ferita e nei cheratinociti
che migrano per ricoprire la superficie cutanea . Questi risultati suggeriscono
un importante ruolo dei cheratinociti nell'angiogenesi della ferita. Poiché
il VEGF è altamente specifico per le cellule endoteliali, è probabile che
esso agisca in modo paracrino sulla migrazione capillare nel margine della
ferita e del tessuto
di granulazione. L'esclusivo rilievo di recettori per il VEGF in queste
cellule supporta questa ipotesi . E' stato suggerito che nel diabete sperimentale
vi è un difetto nelle modalità di secrezione di questo fattore angiopoietico,
che può rappresentare la principale causa di alterata angiogenesi osservata
in questa condizione patologica. L'inibizione della lipoperossidazione riporta
la cicatrizzazione verso condizioni normali nei modelli sperimentali di
cute diabetica e normalizza il difetto nella regolazione del VEGF nelle
patologie della cicatrizzazione indotte dal diabete . Questo giustifica
la ricerca di bersagli terapeutici innovativi e razionali che consentano
di offrire al clinico nuove opportunità terapeutiche . Alla luce di quanto
detto un conseguente e razionale approccio potrebbe essere rappresentato
dall'uso di fattori angiogenici quali l' Eritropoietina umana ricombinante,
il VEGF 165 o l'Angiopoietina 1, somministrati localmente sotto forma di
proteina matura o in alternativa come geni codificanti i fattori di crescita
all'interno delle cellule bersaglio, per trattare le alterazioni della riparazione
cutanea nel diabete sperimentale.
Considerato il rilievo di questa
ricerca e’ ipotizzabile , quindi, un regime terapeutico che preveda la somministrazione
locale di sostanze antiossidanti quali il pycnogenol , per migliorare la
ridotta cicatrizzazione e incrementare l'angiogenesi dei pazienti con ulcere
diabetiche neuropatiche alle estremità distali degli arti inferiori.
Nel lavoro pubblicato da Fitzpatrick
D.F.et
al.del Dipartimento di Farmacologia dell’Universita’ del South Florida,USA
(J.Cardiov.Pharmacology 1998 Oct32(4)-509-15) si evidenziano gli effettivascolari
endotelio dipendenti del Picnogenol.Nello studio in vitro i ricercatori
hanno investigato la possibilita’ che il P. produca effetti vascolari attraverso
la stimolazione della produzione di NO (ossido nitrico) da parte delle cellule
endoteliali.Nell’esperimento il P. nelle concentrazioni da 1-10ug/ml rilassava
preparazioni di sezioni di aorta di ratto integre,contratte da epinefrina,
norepinefrina e fenilefrina ,in una modalita’ concentrazione dipendente.
Questo
studio si correla con le interessanti valutazioni di Belcaro
et al.,Dipartimento
di Scienze Biomediche della Universita’ di Chieti pubblicato su Clinical
and Applied Thrombosis/Hemostasis , 9-2006 “Diabetic ulcers:microcircolatory
improvment and faster healing with Pycnogenol”
Nello studio
Belcaro ha somministrato a pazienti diabetici colpiti da ulcere il trattamento
a base di Pycnogenol per sei mesi e ha osservato gli effetti del farmaco
sullo sviluppo della malattia. Le ulcere venivano medicate ogni giorno e
monitorate continuamente per sei settimane. L'area dell'ulcera veniva copiata
in un foglio di plastica trasparente e collezionata in un sistema computerizzato
che teneva sotto controllo la minima evoluzione della malattia. La ricerca
ha quindi mostrato che il Pycnogenol ha una importante proprietà antiossidante
che gli permette di migliorare il flusso sanguigno e quindi anche la circolazione
del sangue nelle aree a rischio. "Il gruppo trattato con questo farmaco
ha mostrato un sensibile aumento della presenza di ossigeno nella pelle
e un abbassamento dei livelli di anidride carbonica. – ha spiegato Belcaro
– questo ci suggerisce che il Pycnogenol riesce a curare le ulcere aumentando
il livello di ossigeno che arriva sulle gambe e sui piedi per mezzo della
circolazione del sangue". Carlo Di Stanislao
e Giovanni Bologna
dell’Università dell’Aquila
hanno studiato l’azione antinfiammatoria e restituiva di un nuovo topico
contenente fitoprincipi in veicolo cremoso di tipo evanescente. Hanno evidenziato
che un veicolo cremoso contenente flavonoidi (come il picnogenolo) possiede
un’azione antiflogistica pronta, data l’elevata idrosolubilità. Come dimostrato
fin dagli anni ’80, i flavonoidi incrementano i livelli di elastina e quindi
l’elasticità tegumentaria. Altre ricerche condotte nell’ultimo decennio,
dimostrano che i polifenoli bioflavonoidi proteggano, con azione proporzionale
alla concentrazione, da danni diretti e da accumulo di radicali legati alla
irradiazione UV. Tali principi, inoltre, unitamente ai tannini contenuti
nel fitocomplesso, svolgono vigorosa azione endotelio-protettrice, paragonabile
a quella descritta per la vitamina E.
COMPOSIZIONE CHIMICA E PROPRIETA’FARMACOLOGICHE DEL PYCNOGENOL torna all'indice
Esso fa
riferimento ad un estratto ricavato dalla corteccia del pino marittimo francese
(Pinus Pinaster Sol.) secondo un procedimento d’estrazione brevettato che
non utilizza solventi clorurati. Questo estratto, studiato fin dal 1953,
è da qualche anno ampiamente utilizzato nel settore dell’integrazione alimentare.
L'interesse per il PYCNOGENOL è nato (come spesso avviene in questi casi)
dall’osservazione che alcune popolazioni utilizzavano la corteccia di alcuni
alberi per diversi scopi. Ad esempio gli indiani americani utilizzavano
alcuni estratti di pino per produrre certi tipi di medicamenti oppure per
conservare i grassi; nella normale dieta dei vichinghi invece era prevista
la corteccia di alcune specie di pino. I principali costituenti del PYCNOGENOL
sono dei particolari bioflavonoidi, le cosiddette proantocianidine oligomeriche.
Composizione chimica del Pycnogenol
Il metodo
estrattivo brevettato (EU 0313441 ed U.S. Patent No. 4 698 360) dalla Horpag
Research, Ltd. prevede, in linea di massima, un’estrazione in continuo con
una miscela acqua-etanolo della corteccia di pino marittimo, opportunamente
polverizzata, proveniente dalle monocolture della baia di Biscay (a sud
di Bordeaux).
La composizione
chimica del fitocomplesso è alquanto varia, di questo estratto, che si presenta
come una fine polvere arancione scuro, è di seguito riassunta:
60-65% proantocianidine
oligomeriche
10-15 %
flavonoidi monomerici
10-15 %
acidi fenolici
<1% vanillina,
glucosio, acidi fenolici glicosilati, proantocianidine polimeriche.
La frazione
di flavonoidi monomerici e’ principalmente rappresentata dalla (+)
catechina,
dalla (-)-epicatechina e dalla taxifolina e dalla taxifolina-3'-O-glucoside.
La catechina,
l'epicatechina e la taxifolina possiedono un’efficace azione “scavenger”
nei confronti dei radicali liberi. La catechina si è inoltre dimostrata
efficace per una sua certa attività antiulcera mentre la taxifolina inibisce
alcuni enzimi che producono radicali ossigenati.
Tra gli
acidi fenolici si annoverano invece l'acido caffeico, l'acido cinnamico,
l'acido fumarico, l'acido gallico, l'acido vanillico, l'acido ferulico,
l'acido protocatecuico, tutte sostanze che comunque si ritrovano anche in
altre specie vegetali.
L'acido
vanillico e protocatecuico sono sostanze la cui capacità antiradicalica
e antiinfiammatoria è stata dimostrata. L'acido caffeico è un epatoprotettore
e, così come l'acido ferulico, è in grado di stimolare il trasporto della
bile dalle cellule epatiche alla cistifellea. Entrambi gli acidi possiedono
un eccellente attività antiradicalica e sono in grado di prevenire la formazione
dei nitroso composti degli aminoacidi (noti composti cancerogeni); inoltre
sono potenti inibitori delle reazioni allergiche e edematogene. L'acido
caffeico blocca la biosintesi dei leucotrieni inibendo uno degli enzimi
chiave, ovvero la arachidonate-5-lipo-ossigenasi.
Tutte le
sopraelencate sostanze contribuiscono all'attività del PYCNOGENOL anche
se le sue azioni sono dovute principalmente ai suoi costituenti principali,
ovvero le proantocianidine oligomeriche (OPC=Oligomeric Proantho Cyanidins).
Le OPC costituiscono una famiglia di polifenoli naturali presenti
in diversi frutti e piante, riscontrati in concentrazioni particolarmente
elevate nei semi di uva rossa, nel tè verde e nella corteccia di pino marittimo.
Nell’estratto di corteccia di pino marittimo le proantocianidine oligomeriche
sono formate da un numero variabile di unità flavaniche, in particolare
da catechina ed epicatechine. Esse possiedono la caratteristica, se riscaldate
in ambiente acido, di fornire antocianidine (da qui la denominazione di
proantocianidine) dal tipico colore rosso. La reazione degradativa avviene
mediante la rottura dei legami 4-8’ o 4-6’ e produce 1 mole di antocianidina
per ogni mole di OPC dimerica, 2 moli di antocianidina per ogni OPC trimerica,
ecc.
Le OPC
dimeriche sono le più rappresentate nel PYCNOGENOL ; in particolare ne sono
state identificate 8 che sono poi state denominate proantocianidina B1,
proantocianidina B2, ecc. fino alla proantocianidina B8. La proantocianidina
B1 o epicatechina -(4b-8')-catechina dimero , la B3 o catechina-(4a-8')-catechina
dimero e la B6 o catechina-(4a-6')-catechina dimero sono quantitativamente
più significative.
Nella corteccia
di pino marittimo oltre alle OPC dimeriche sono presenti anche una certa
quantità di proantocianidine trimeriche, come la epicatechina-(4b-8')-catechina-(4'b-8'')-catechina
trimero, oligomeriche, e polimeriche le cui strutture chimiche fondamentali
sono rappresentate nella seguente figura:
Proprietà farmacologiche del
Pycnogenol
Come premesso
nella parte introduttiva, il PYCNOGENOL è stato studiato principalmente
per la sua attività farmacologica e per il suo potenziale utilizzo come
integratore alimentare o come farmaco. Esistono numerosi lavori che ne dimostrano
l’azione farmacologica su vari organi; di queste azioni saranno trattate
più dettagliatamente quelle che riguardano solamente il potenziale utilizzo
della sostanza in campo cosmetico. Saranno riassunte le principali funzioni
farmacologiche del PYCNOGENOL chiarendo ulteriormente il significato della
definizione di "sostanza antiossidante".
Ogni sostanza
antiossidante ha un suo tipico profilo di funzionalità. Nel organismo vi
sono molti tipi di radicali liberi e di radicali perossidici soprattutto
nel caso in cui vi siano determinate patologie. Ogni antiossidante agisce
su questi sistemi in maniera diversa e con diversa efficacia; inoltre le
caratteristiche idrofile o lipofile della molecola influenzeranno il loro
distretto di azione. In altre parole la loro solubilità determina dove potranno
lavorare e cosa saranno capaci di "proteggere". Le proantocianidine oligomeriche
sono notevolmente solubili in acqua, al contrario di molti altri bioflavonoidi
come ad esempio la rutina. Questa caratteristica si traduce in un profilo
antiossidante unico che rende il PYCNOGENOL una sostanza notevolmente interessante
perché, in alcuni protocolli sperimentali, è stata dimostrata una maggiore
potenza antiossidante rispetto alla vitamina C ed E e di altri antiossidanti
classici. In particolare le OPC sono risultate particolarmente efficaci
sia nella fase di induzione, sia in quella di propagazione della perossidazione
lipidica.
E' comunque
stata anche dimostrata un mutuo sinergismo tra OPC e vitamina C, mà questo
era noto da qualche tempo poiché la vitamina C "naturale", ovvero quella
contenuta ad esempio negli agrumi, è protetta dal ossidazione proprio dai
bioflavonoidi contenuti nella frutta stessa.
A tale riguardo
è stato recentemente proposta l’esistenza di una catena di riciclaggio che
mette in correlazione i principali antiossidanti endogeni ed assunti con
la dieta.
Tale teoria
sostiene che la vitamina E è rigenerata dall’ascorbato che a sua volta è
riattivato da sistemi enzimatici quali il glutatione (GSH) o dall’acido
lipoico (assunto con la dieta). A loro volta tali sistemi ossidati potrebbero
essere riattivati da enzimi di riduzione cellulare NADH o NADPH dipendenti.
Esistono inoltre evidenze che il radicale ascorbato possa essere rigenerato
dai flavonoidi (FlO-); in particolare è stato osservato, utilizzando la
spettroscopia ESR, che il PYCNOGENOL prolunga il tempo di emivita del radicale
ascorbico in maniera più efficiente rispetto ad altri bioflavonoidi.
Le OPC si
sono dimostrate attive anche nei riguardi di alcune cellule del sistema
immunitario, in particolare è stata dimostrata una reale protezione dei
macrofagi nei confronti dei danni ossidativi prodotti dai radicali liberi.
E' stato inoltre dimostrato che la catechina e le proantocianidine dimeriche
inibiscono la degranulazione delle mastocellule impedendo così il rilascio
di istamina e di mediatori delle reazioni allergiche. E' stato inoltre osservato
che il PYCNOGENOL inibisce la formazione di istamina interagendo con l'enzima
istidina decarbossilasi. Appare quindi chiaro che il prodotto potrebbe essere
utile nel prevenire i fenomeni allergici.
Data la
capacità del PYCNOGENOL di inibire la formazione d'istamina il prodotto
e stato valutato clinicamente con successo nella prevenzione dell'ulcera
gastrica da stress (82% dei casi).
Le OPC possiedono
un’azione antienzimatica, dimostrata in vitro, nei confronti di diversi
enzimi tra i quali troviamo l'elastasi, la collagenasi, la ialuronidasi,
la b-glucuronidasi, in altre parole i principali enzimi coinvolti nel ricambio
dei principali componenti del derma e della matrice extravascolare. Inoltre
è stato verificato che l'a-1-antitripsina (inibitrice degli enzimi proteolitici),
è inibita dai radicali ossigenati con un conseguente aumento dell’attività
proteolitica a carico della matrice extravascolare che risulta così indebolita
e più permeabile (edema); è stato osservato che le OPC bloccano tale processo
agendo sia sulla formazione delle specie di ossigeno attivo, sia direttamente
sull’enzima limitandone l'attività. Questa funzione viene supportata in
vivo dal fatto che è stato evidenziato,
da studi di farmacocinetica, un notevole tropismo delle OPC per i tessuti
ricchi di glicosaminoglicani, come ad esempio il derma e le pareti vasali
e soprattutto per le strutture extracellulari dei capillari. Inoltre è noto
che la vitamina C è necessaria per la produzione del collagene e quindi
il fatto che il PYCNOGENOL "protegga" tale vitamina contribuisce sicuramente
ad un’efficace azione farmacologica (clinicamente osservata) per tutti quei
casi di insufficienza venosa periferica, come ad esempio le vene varicose
e linfoedema, retinopatie (microangiopatie della retina).
E' stata
inoltre verificata la capacità delle OPC di favorire una normale funzione
piastrinica e di prevenire l'ossidazione delle frazioni poliinsature degli
acidi grassi delle lipoproteine del colesterolo LDL. Quest'ultimo fenomeno
si ritiene sia responsabile di una serie di disturbi della circolazione
arteriosa periferica, del microcircolo cerebrale e cardiaco. Il PYCNOGENOL
è stato quindi proposto per la prevenzione e per la cura di una serie di
patologie cardiovascolari.
Da qualche
tempo è oramai conosciuto il coinvolgimento dei radicali liberi e le specie
ossigenate attive in numerose forme tumorali. Sono state scoperte anche
tutta una serie di sostanze chimiche, presenti naturalmente nella nostra
vita quotidiana (inquinamento, fumo di sigaretta, alcune sostanze presenti
negli alimenti) che vengono trasformate da sistemi enzimatici endogeni in
radicali liberi ad azione mutagena sul DNA. E' stato dimostrato che l'aggiunta
di vitamina C e di vitamina E nella dieta degli animali da esperimento riduce
statisticamente la probabilità, quando essi vengono trattati con agenti
cancerogeni, che questi animali sviluppino forme tumorali. Lo stesso tipo
di risultato e stato osservato quando agli animali da esperimento veniva
somministrata quercetina. Una dieta ricca di frutta e verdura, in cui sono
contenute le vitamine C ed E, il b-carotene, e bioflavonoidi, riduce le
probabilità di sviluppare forme tumorali. Le reazioni radicaliche sono coinvolte
nei meccanismi delle risposte immunitarie e in quelli dell'infiammazione,
meccanismi a loro volta coinvolti nello sviluppo delle neoplasie. Alcuni
flavonoidi hanno dimostrato, sia in vitro sia in vivo, di poter addirittura
rallentare o fermare la crescita neoplastica. Il grandissimo interesse del
mondo scientifico attorno agli isoflavoni della soia testimonia che i bioflavonoidi
potrebbero essere la chiave per poter meglio comprendere i meccanismi della
crescita tumorale.
Il pycnogenol
e' un efficace antiossidante a doppio meccanismo d'azione, perche' agisce
sia come chelante che come radical scavenger. Studi in differenti sistemi
modello hanno dimostrato che le proprieta' del pycnogenol sono superiori
a quelle delle vitamine C, E e del beta-carotene e che il pycnogenol sviluppa
un'azione antiossidante sinergica con queste vitamine
Sinergismo tra azione antinfiammatoria e antiossidante
torna all'indice
Il pycnogenol
riduce la risposta infiammatoria, inibendo gli enzimi coinvolti nel metabolismo
dell'acido arachidonico che attiva il processo infiammatorio, (in particolare
inibisce la 5-lipoossigenasi. L'importante sinergismo tra azione antinfiammatoria
e antiossidante giustifica l'uso del pycnogenol come composto innovativo
in formulazioni cosmetiche protettive della pelle e contro l'invecchiamento.
Attivita' vasorilassante e microcircolo cutaneo torna all'indice
L'attivita'
vasorilassante del pycnogenol consente di migliorare il microcircolo che
nutre la cute. la perdita di elasticita' dei vasi sanguigni periferici,
limitando l'apporto di ossigeno. In queste condizioni i tessuti divengono
sofferenti, rallentano il loro metabolismo, producendo meno elastina e collagene.
L'applicazione topica di prodotti contenenti pycnogenol , rivitalizza i
tessuti, prevenendo i danni da stress cutaneo.
Trattamento della cute torna all'indice
l'applicazione
topica di formulati cosmetici contenenti solo pycnogenol come principio
attivo conferisce tono alla pelle. una serie di sperimentazioni in vitro
su colture di fibroblasti del derma, hanno dimostrano la capacita' del pycnogenol
di stimolare la proliferazione cellulare e la produzione di collagene da
parte delle cellule in coltura. il pycnogenol inibisce l'espressione delle
proteasi responsabili della degradazione della matrice collagenica e delle
altre proteine intercellulari. La capacita' di rivitalizzare i fibroblasti,
l'aumentata capacita' di sintetizzare collagene, il prolungamento della
shelf life della matrice proteica intercellulare, non attaccata dalle proteasi,
concorrono sinergicamente a limitare l'aging cutaneo della pelle, stressata
da fattori ambientali e patologici.. La capacita' del pycnogenol di sviluppare
sinergicamente una serie di attivita' biologiche costituisce il razionale
di impiego di questa molecola nel trattamento topico della cute del soggetto
diabetico in prevenzione primaria e secondaria. In particolare le attivita'
biologiche del pycnogenol che concorrono sinergicamente all'efficacia terapeutica
della molecola in queste patologie cutanee a eziologia multifattoriale e
con una spiccata componente infiammatoria sono: a) la capacita' della molecola
di inibire la perossidazione lipidica, di chelare gli ioni metallici e di
agire come radical scavenger; b) il suo coinvolgimento in eventi metabolici
cellulari rilevanti per questi quadri patologici come la sintesi degli eicosanoidi
e il metabolismo lipidico; c) le attivita' antinfiammatoria, vasorilassante,
antiproliferativa e estrogenica di questa molecola, ampiamente documentate
sia in vitro che a livello clinico.
Il PYCNOGENOL
è un prodotto che, una volta messo in soluzione, comincia a subire fenomeni
degradativi che portano ad una variazione cromatica (la soluzione tende
a passare dall’arancio chiaro all’arancio scuro). In particolare il PYCNOGENOL
è estremamente sensibile alle radiazioni luminose. Questo comportamento
da una parte qualifica il PYCNOGENOL come sostanza chimicamente "attiva",
però diventa assolutamente necessario ed indispensabile stabilizzare il
prodotto. E’ stato
osservato che antiossidanti idrofili aggiunti alla soluzione, quali il sodio
ascorbil fosfato e l’acido lipoico, proteggono il PYCNOGENOL . I risultati
migliori sono stati ottenuti con l’aggiunta di sodio bisolfito ad una concentrazione
dello 0,3%. La matrice
cosmetica ideale per tale tipo di prodotto dovrebbe quindi avere le seguenti
caratteristiche: a)-essere
totalmente esente da metalli pesanti perché è noto che tali elementi catalizzano
buona parte dei processi ossiditavi. Si rende quindi necessario un buon
processo di purificazione dell’acqua di lavorazione e l’aggiunta di chelanti
(EDTA); b)-la
fase lipofila dovrebbe essere il più possibile inerte ai processi redox
(siliconica); c)-è
opportuna l’associazione con conservanti con caratteristiche antiossidanti
(BHA, BHT, sodio bisolfito, et..); d)-è
consigliabile l’associazione del PYCNOGENOL con altre sostanze funzionali
con caratteristiche antiossidanti, vitamina C, E, A coenzima Q10, b-carotene,
acido lipoico, melanine. In particolare bisogna sempre considerare che il
PYCNOGENOL è una miscela idrosolubile e perciò il sistema antiossidante
ideale per proteggere le OPC deve essere idrosolubile; e)-la
fase acquosa dovrebbe essere protetta dall’ossigeno perciò è comunque consigliabile
un emulsione A/O (acqua/olio) o A/S (acqua/silicone) per diminuire i processi
di diffusione del O2 all’interno del sistema; f)-l’introduzione
del PYCNOGENOL nella fase acquosa deve essere possibilmente fatta a freddo;
g)-essere
protetta dalle radiazioni solari, mediante l’utilizzo di filtri solari e
confezionando il prodotto in recipienti opachi alle radiazioni.
i)-il
pH finale dell’emulsione deve essere portato a circa 4-4,5 mediante l’acido
citrico. A questi valori di pH le variazioni cromatiche sono meno evidenti.
f)-il
pH finale dell’emulsione deve essere portato a circa 4-4,5 mediante l’acido
citrico. A questi valori di pH le variazioni cromatiche sono meno evidenti.
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Di Stanislao, Giovanni Bologna. Azione antinfiammatoria e restituiva di
un nuovo topico contenente fitoprincipi in veicolo cremoso di tipo evanescente.
L’accresciuta prevalenza nel mondo del diabete tipo 2, soprattutto
legata all’aumento del benessere ed allo stile di vita, ha portato l’OMS
a parlare di vera e propria “epidemia”. Stime e proiezioni sul periodo
1994-2010 indicano la triplicazione a livello mondiale dei casi di
diabete mellito tipo 2. Per l'Europa Occidentale è stato previsto un
aumento dei casi di diabete mellito tipo 2 del 27.5% dal 1994 al 2000 e
del 54.9% dal 1994 al 2010. Il numero dei diabetici negli Stati Uniti
(dove il diabete rappresenta la settima causa di morte) è salito da 1.6
milioni nel 1958 ad 8 milioni nel 1995, mentre in Italia la prevalenza è
aumentata dal 2,5% (negli anni ’70) all’attuale 4-4,5%.
Anche per il diabete tipo 1 molti dati epidemiologici evidenziano un
aumento dell’incidenza (circa il raddoppio per ogni generazione in
taluni casi). Per l'Europa occidentale è stato previsto un aumento dei
casi di diabete tipo 1 del 18.3% dal 1994 al 2000 e del 36% dal 1994 al
2010
(di età compresa tra i 20 e i 79 anni)
La prevalenza del diabete nelle 7 aree del mondo
Popolazione adulta (20-79 anni) - 3.4 miliardi
Numero di persone con diabete (20-79 anni)- 177 milioni
Prevalenza di diabete stimata (20-79 anni) - 5.2%
Numero di persone con diabete di tipo 1 (tutti i gruppi di età)
- 5.3 milioni
Prevalenza di diabete di tipo 1 stimata (tutti i gruppi di età)-
0.09%
(Dati 2001 International Diabetes Federation - IDF)
Nel 1985 i malati di diabete in tutto il mondo erano 30 milioni, nel
1995 135 milioni, nel 2001 circa 177 milioni. Nel 2030 saranno 370
milioni (+ 110%). 4 milioni di persone muoiono ogni anno nel mondo a
causa del diabete (9% dei decessi globali). Il diabete mellito di tipo 2
rappresenta l’85-95% di tutti i casi totali di diabete dei Paesi
sviluppati. Nel 1995 il continente con il più alto numero di diabetici
era l’Europa, con 33 milioni di malati, seguito dalle Americhe con 31
milioni e dal Sud Est Asiatico con 28 milioni. I costi per il diabete di
tipo 2 rappresentano tra il 3 e il 6 per cento della spesa sanitaria
totale in 8 Paesi europei. In Italia nel 2030 i malati di diabete
saranno 5 milioni 400 mila.
Le maggiori complicanze che si possono sviluppare in presenza di diabete
sono quelle legate alla compromissione dei vasi sanguigni, sia a carico
dei grossi vasi che irrorano cuore, cervello e arti (macroangiopatia),
sia a carico dei piccoli vasi che irrorano la retina dell'occhio, i
nervi e il rene (microangiopatia).

